Mutismo selettivo e bilinguismo: progressi o no? La storia di Adelaide

Australia, Melbourne, dicembre 2019

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Vivo a Melbourne da oltre un anno, con mio marito Paolo e Adelaide, nostra figlia. Siamo partiti dall’Italia con un visto di sei mesi e un biglietto di sola andata, bagagli pesanti e il desiderio di esplorazione che pervade chi parte, chi cerca l’oro e chi è consapevole che un viaggio può cambiare profondamente chi si mette in cammino.

Per esperienza sappiamo che alle partenze soffre spesso di più chi resta, che tutto l’oro raccolto intorno ci riporta al tesoro che ognuno già possiede nel profondo di se stesso,  e riguardo la consapevolezza… non ne abbiamo mai abbastanza.

Quindi cambiando emisfero e visioni del mondo, siamo tuttora a fare i conti dei fusi orari per non perdere i  pezzi del cuore custoditi a distanza.

Adelaide ha tre anni e mezzo e quello che non abbiamo considerato abbastanza, o meglio, sottovalutato, è stato forse il suo impatto con una nuova lingua: da un lato ci è voluto del tempo per capire che il nostro progetto di residenza all’estero non sarebbe stato di breve durata e quindi accettare ed accogliere una seconda lingua come parte determinante della nostra famiglia, non come una forma di comunicazione impiegata per risolvere le esigenze primarie, ma una forma d’espressione più ampia, diventando parte del nostro quotidiano bagaglio culturale. D’altro lato i luoghi comuni legati alla facilità con cui un bimbo può apprendere le lingue, rispecchiano certamente un potenziale molto forte, ma che necessita comunque di strategia e di cognizione.

In aggiunta, questo viaggio ci è sembrato fin da subito una benedizione per lei, poiché in Italia, fino a prima di partire (intorno ai due anni e mezzo) non aveva una fluidità discorsiva, ma abbiamo notato un immediato cambiamento con l’arrivo in Australia: il suo linguaggio, spinto dalla curiosità dei nuovi luoghi, giochi, persone, ambienti, ha iniziato a fluire come non mai e ad essere più chiaro e comprensibile.

Associato a questo abbiamo notato anche un desiderio di autonomia (fin dal primo giorno nel nuovo alloggio ha chiesto di andare al bagno da sola). In pochi giorni ha iniziato a esprimere le parole ” bye bye” e ” thank you” anche alle persone esterne alla famiglia. Poco alla volta, mentre stava rafforzando la lingua italiana che parliamo in casa, in famiglia, o al telefono, voleva scoprire il significato delle parole inglesi senza utilizzarle, qualcosa ascoltato in giro, qualcosa captato alla tv o nelle canzoni. Ho scoperto molto tempo dopo che lei ogni occasione che aveva, stava silenziosamente e profondamente sedimentando il suo sapere.

Ci sono voluti alcuni mesi e qualche nuova amicizia per farci concentrare sul fatto che Adelaide avesse smesso di rivolgersi agli altri, non più saluti e grazie, dimostrando ritrosia nel contatto con i coetanei e un certo assoluto mutismo al di fuori delle mura domestiche.

Il silenzio dopo il rientro in Italia

Al primo rientro in Italia ci è voluta qualche ora prima che i nonni risentissero la sua vocina, e l’approccio con le amichette di un tempo aveva bisogno di carburare prima di prendere avvio. Ho iniziato a preoccuparmi seriamente quando mi è parsa perfino una certa regressione: alle persone vicine di casa che prima salutava ad alta voce e con cui amava trattenersi in sorrisi e salutini, non desiderava avvicinarsi, anzi sfuggiva in modo talvolta apparentemente sgarbato.

Io e Paolo, bresciani d’origine, abbiamo vissuto per nove anni a Piombino, in toscana, dove è nata la bimba. Qui Adelaide è cresciuta nel pieno delle nostre relazioni e dei nostri progetti di carattere sociale che abbiamo realizzato, da subito ha vissuto i miei impegni di mamma e di responsabile di alcune progettualità di animazione comunitaria e di aggregazione giovanile.

Da sempre coinvolta nella nostra quotidianità a contatto con ragazzi e ragazze adolescenti di varie etnie e culture. Da sempre amata da tutti.

La paura di un genitore di poter aver sbagliato qualcosa o anche tutto, mancato un passaggio per distrazione o egoismo, si è fatta sentire d’un tratto, provando improvvisamente tutte le colpe del mondo per aver scelto una strada piuttosto che un’altra. Si fa presto a sentire vacillare tutto quello che c’è sotto ai piedi. E altrettanto presto a chiedere al Cielo e a Google tutto quello che potevamo sapere su cosa stava accadendo a nostra figlia.

E come al solito succede in queste circostanze, si apre un universo che nemmeno immaginavamo potesse esistere.

Iniziando ad approfondire le caratteristiche di questo silenzio, abbiamo trovato utili testimonianze da leggere e materiale online da consultare, in particolare dal sito della Dottoressa Biavati e dell’Associazione A. I. Mu. Se. Onlus, che trattano un fenomeno poco conosciuto, ma alquanto diffuso: il mutismo selettivo.

Conoscere il mutismo selettivo

Dopo un iniziale spaesamento di fronte a queste nuove conoscenze che ci lasciavano immaginare qualsiasi cosa, come se ci fossimo ritrovati nel giro di un lampo di tempo in un tornado non segnalato, e che tutto andasse a una velocità così fuori dalla nostra portata che ci impedisse di tenerci stretto il presente, facendoci sentire come se un pezzo di storia importante ci fosse accaduto senza che ce ne fossimo resi conto. In mezzo a questo senso di impotenza e profonda tristezza, abbiamo iniziato partendo dalle piccole cose concrete. Abbiamo osservato con un altro sguardo quello che meglio ci poteva raccontare la situazione che stavamo vivendo: il comportamento di Adelaide.

Quindi partendo da prima del trasferimento, ho iniziato a scrivere l’evoluzione, o meglio quello che ci ricordavamo dell’evoluzione del suo comportamento di questi mesi, descrivendo i dettagli che ci tornavano in mente e utili alla comprensione. Comparando il materiale visionato e raccolto, con la situazione in cui ci trovavamo, il dubbio più grande è stato quello di capire se quello che stava vivendo la bimba era timidezza, bilinguismo e fase di silenzio o mutismo selettivo.

Preciso che Adelaide non frequenta alcuna scuola dell’infanzia (fino all’età prescolare, 5 anni, qui è abbastanza comune che i bimbi svolgano attività di vario genere, in alternativa o in affiancamento a poche ore scolastiche). Ma ogni stagione iniziano diverse attività e in questi mesi lei ha frequentato laboratori di musica (ritmo, canzoni, strumenti) e ginnastica (salti, percorsi e arrampicate). Queste attività, oltre alle uscite quotidiane e a nuoto settimanale, hanno contribuito a immergerla nell’uso della lingua e nel contatto con altri bambini e adulti. Ciò ha aperto a nuove relazioni e nuovi legami locali.

Sicuramente sappiamo che Adelaide ha ereditato la nostra riservatezza e non esagerata espansione, con tratti di timidezza che già da piccina dimostrava. Inoltre fin da neonata ha mostrato grande sensibilità ai rumori e ostilità alle situazioni di affollamento. Oltre ad essere sempre attenta alle emozioni che noi proviamo, chiedendoci spesso, ad esempio, se siamo tristi o felici. In questa fase in cui la bimba ha iniziato ad esprimersi davvero meglio con noi è complicato capire se il suo atteggiamento di chiusura verbale nei confronti degli altri non possa derivare anche dalle ansie che noi per primi abbiamo vissuto, legate alla nuova vita in un mondo agli antipodi. Perché ovviamente ce ne sono state parecchie. Sappiamo che l’ambiente esterno e interno è determinante per il suo sviluppo e per certo ha vissuto le nostre paure legate alle tante precarie novità e cambiamenti.

Consapevolezza e progressi

In seguito agli approfondimenti, una delle prime cose che però ci siamo consapevolmente imposti, a cui prima non era data primaria importanza, è stato il non forzare la bimba a salutare, a ringraziare o a qualche forma di dialogo con gli altri. E’ anzitutto cominciato dunque un percorso di rieducazione del nostro modo di approcciarci a lei in casa e fuori casa. Già sapevamo di non dover mettere in allarme ogni situazione con continui ”NO” senza motivo o fuori luogo o in casi non realmente d’emergenza, la nostra linea educativa è sempre stata quella comunque di lasciare molto spazio alla spontaneità… tuttavia non è facile mettere in pratica queste vie ed altri modi di vivere la sua crescita nel modo più sereno possibile, ma sono tentativi di responsabilità che ogni giorno sperimentiamo su noi stessi in quanto adulti e genitori.

Il corso del tempo ci ha aiutato a capire meglio nostra figlia e a fare un po’ più chiarezza su quello che stavamo attraversando. Da quando viviamo qui ho cercato in modo anche abbastanza approssimato, di rivolgermi a lei anche con qualche parola in inglese, inizialmente erano parole o frasi di circostanza, poi lei si interessava a voler sapere gli stessi termini in versione inglese o di chiedere la traduzione italiana di alcune parole ascoltate in inglese. Dopo i primi mesi io ho iniziato a prendere maggiore confidenza con la lingua, a leggere libri per lei e quindi a chiacchierare con lei in inglese, seppur lei non rispondesse o ripetesse le frasi (a parte bye bye e thank you iniziali) e nonostante mio marito non parlasse inglese, tuttora infatti lo sta imparando.

Nel giro di qualche mese Adelaide ha iniziato a dialogare con noi in inglese in un modo così naturale e spontaneo che ci è sembrato una meraviglia: ha iniziato volendo parlare con noi, entrambi presenti, durante una fase di gioco prima di andare a dormire. E dopo questo rituale durato qualche giorno, ha intrapreso questo modo di esprimersi con noi, anche separatamente e in vari momenti della giornata.

Ricordo bene quella prima sera perché ha iniziato conversando con termini che mi aveva chiesto mesi prima e con paroline che sembravano uscire a sorpresa da una magic box, come un tesoro custodito a lungo e che finalmente aveva deciso di sua iniziativa di rivelarci. Abbiamo cercato di trattenere il troppo entusiasmo, per farle percepire la normalità della situazione e per non spaventarla, ma in cuor nostro si stava sperimentando la meraviglia del sapere, della scoperta e dell’essere umano.

Nel giro di breve tempo Adelaide ha raggiunto una sicurezza nell’esprimersi in casa in inglese che le consente di parlare spontaneamente in qualsiasi momento della giornata, spesso chiedendomi espressamente “please, speak english””, leggere libri attraverso le immagini e alle volte tradurre in inglese quelli in italiano, giocare in famiglia e da qualche notte, anche di sognare… Spesso canta (perlopiu’ in inglese) molte canzoni che ha imparato soprattutto ai laboratori di musica, dove ci hanno fornito il cd e il libro, per cui il lavoro svolto in gruppo prosegue a casa insieme, con altri strumentini e con altre immaginazioni. Accade durante il giorno spesso in casa e all’esterno, anche quando ci sono altre persone (sul tram, al parco…). Capita anche moltissime volte lo “switch” per cui mentre sta parlando in italiano utilizza dei termini in inglese. Dal punto di vista fonetico presenta in entrambe le lingue “la r moscia”.

Per quanto riguarda la conversazione con gli esterni alla famiglia, quindi amici e conoscenti, precisamente a Melbourne abbiamo una cerchia molto ristretta di amici e di qualche amica che Adelaide frequenta con costanza. Diciamo che ci sono persone con cui abitualmente ci capita di chiacchierare, vicini di casa, manager del palazzo, negozianti… con cui Adelaide instaura un rapporto di simpatia, legato all’high five, al contatto visivo e ai sorrisi… (ha fin da sempre prediletto l’approccio maschile a quello femminile: il nonno, lo zio, il vicino di casa, l’amico di famiglia… rifiutandosi talvolta in modo sgradevole, di salutare alcune donne, o le rispettive partner, che cercavano un contatto con lei).

Di solito con le amiche che incontra abitualmente non parla verbalmente, ma comunica in modo espressivo: fa cenni con il capo, sorride, gioca con loro, le abbraccia, batte il cinque, salta, le insegue, saluta con la mano e manifesta spesso a me il desiderio di incontrarle e di giocarci. Inizialmente per rivolgersi a me in loro presenza mi chiamava in disparte, a bassa voce mi parlava. Anche se il contesto era famigliare come quello di casa nostra.

Da un preciso momento la situazione si è sbloccata, e cioè da quando le ho chiesto di poter fare ascoltare la sua voce alle amiche, che stavano venendo a trovarci a casa, attraverso un video. Loro hanno apprezzato molto questo e probabilmente anche Adelaide, dato che da quel momento mi parla in italiano ad alta voce e spesso si rivolge a me anche in inglese, in loro presenza. Non so quanto riguardi solo la lingua, dato che la mamma di un paio di amiche, avendo parenti italiani, ci saluta e con qualche altra parola, spesso nella nostra lingua d’origine, ma ciò non suscita la reazione verbale della bimba.

Quando c’è stata occasione di parlarne Adelaide ha espressamente detto che lei “ha “la confusione”” e quindi non riesce a parlare con gli altri. Allo stesso modo con gli adulti si rivolge con cenni del capo per rispondere, o gesticolando per farsi comprendere (fa segno di andare a bere al coach) o saluta con la mano.

Questa la nostra storia finora, cercando di vivere nel modo più naturale possibile questo favoloso viaggio nel mondo del bilinguismo in cui oramai ci sentiamo coinvolti e che non vorremmo abbandonare per nessuna ragione al mondo. E’ una scelta che avrei creduto incompatibile con noi se fossimo rimasti in Italia, ma il fascino di un centro multietnico in cui stiamo vivendo e l’irrefrenabile e spensierato coraggio che possiedono i bimbi stanno rendendo magica questa nostra avventura, nonostante le fatiche e le difficoltà che la vita presenta.

 

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